9  copertina Val di Fumo copertinaVal di Fumo. Sui passi della storia tra gli echi delle montagne

(Marco Marando con la collaborazione di Emanuele e Gianni Mosca)

Il grande alpinista, geografo, viaggiatore e scrittore inglese Douglas William Freshfield, nelle pagine del pregiato volume “Alpi Italiane”, un secolo e mezzo fa, definiva la Val di Fumo “una delle poche valli delle Alpi che risponde al disegno ideale di come dovrebbe essere una valle accuratamente scavata” dall’azione erosiva dei ghiacciai. Un invito in piena regola, per andare alla scoperta di questo angolo appartato del Parco Adamello Brenta. Le due uniche presenze antropiche, la Malga e il Rifugio Val di Fumo, non hanno minimamente intaccato l’incantesimo di una vallata che non ha eguali, sottolineandone al contrario gli elementi di distinzione, come la vocazione pastorale e l’espressività davvero unica del paesaggio già evidenziata a suo tempo dal Freshfield. L’elemento principe è rappresentato dal silenzio profondo, rotto solo a tratti dal fischio caratteristico della marmotta e dallo scorrere dell’acqua di fusione dei ghiacciai. Un paradiso per gli amanti della natura e dell’escursionismo in tutte le sue forme, dalla semplice passeggiata, al trekking e all’arrampicata, ultima intrigante esplorazione avviata, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, dal grande Tiberio Quecchia. Il tutto inserito nel contesto storico della Grande Guerra, che qui ha lasciato tracce significative come  trincee, baraccamenti, gallerie scavate nel ghiaccio e nella roccia; oggi promosse a museo a cielo aperto, compongono il mosaico di una racconto apocalittico che ha coinvolto migliaia di giovani di entrambe le fazioni, costretti dal fato a fronteggiarsi e a sacrificare gli anni più belli, se non addirittura la loro stessa vita, in un conflitto assurdo andato in scena tra aspre montagne e in condizioni climatiche inimmaginabili.

Bandecchi & Vivaldi S.r.l. Pontedera

Introduzione di Marco Marando

Quando Emanuele Mosca, mi spedì la mail con scritto “Manchi al Rifugio Val di Fumo da sette anni”, ebbi la percezione che qualcosa stesse bollendo in pentola. Emanuele l’ho quasi visto nascere e mi ha fatto piacere che desiderasse il mio ritorno… all’ovile! Avevo scoperto la Val Daone per caso, su suggerimento di un amico che ora non c’è più e che avrebbe avuto immenso piacere nel vedere il frutto forse più rappresentativo di una dedizione così profonda per una valle e per le sue genti, nata per me nei primi anni Ottanta. Da allora e per un buon lasso di tempo ho frequentato sistematicamente, con alcuni amici, la Val di Fumo e le zone vicine, dove abbiamo effettuato alcuni trekking, muovendoci con zaini spartani e tanta voglia di conoscere. La bellezza e la storia di questo profondo solco vallivo ci hanno ammaliato e convinto a tornare. Non faccio parte della schiera di persone che ama cambiare anno dopo anno la località delle proprie vacanze: io mi affeziono e sento il bisogno di ritrovare l’albergatore o il gestore del rifugio con cui ho familiarizzato fino a vedere nascere un’amicizia. Amo rivedere i luoghi conosciuti per approfondire particolari magari non metabolizzati la volta precedente e cogliere poi con la fida macchina fotografica magie e pennellate di colore in un’ora o in una stagione diversi, perché poi, alla fine, è come se tornassi… a casa mia!
Prima Emma e Vittorio, oggi Gianni e sua moglie Francesca, con l’aiuto di Emanuele, gestiscono il Rifugio Val di Fumo con identica passione, professionalità e un pizzico di innovazione, che di questi tempi non guasta mai. Ho accolto con grande entusiasmo la proposta di Gianni ed Emanuele Mosca di provare a fare qualcosa per questa bellissima vallata, le cui grandi potenzialità sono ancora poco conosciute. E così, da affezionato frequentatore delle Giudicarie e da scrittore di montagna, non ho potuto sottrarmi all’intrigante sfida. Ne è scaturito un libro-guida molto corposo, che ha cercato di tener conto dei numerosi aspetti che fanno parte della variegata offerta turistica della Val di Fumo. La speranza è che molti, nello sfogliare il libro abbiano a dire qualcosa come “non conoscevo questi luoghi, sono proprio bellissimi e mi è venuta una gran voglia di andare a visitarli”.
Marco Marando
 
 
Prefazione di Annibale Salsa
 
Far conoscere le montagne è l’imperativo categorico che emana dagli statuti del Club Alpino Italiano (CAI) e della Società degli Alpinisti Tridentini (SAT). L’impegno esplorativo nei confronti delle montagne che frequentiamo assume, infatti, una doppia valenza - conoscitiva ed etica - soprattutto nei momenti storici come quelli che stiamo vivendo. Momenti caratterizzati da un uso talvolta eccessivo di strumenti ultratecnologici che, sovente, ci fanno perdere di vista la dimensione reale delle cose – in questo caso dei terreni, dei territori e delle persone in carne ed ossa – a tutto vantaggio della dimensione virtuale. Viviamo ormai nella presunzione di conoscere tutto il conoscibile affidandoci a strumentazioni sofisticate e dimenticando che una conoscenza attiva dei territori montani, guidata dall’intuizione e dall’esperienza, costituisce la migliore garanzia per una piena appropriazione fisica e mentale dei luoghi. Gli Autori della presente topo-guida – il toscano Marco Marando, frequentatore appassionato di queste montagne, ed i rendenesi Emanuele e Gianni Mosca, custodi del Rifugio Val di Fumo - ci offrono un interessante e documentato quadro d’insieme di uno degli angoli più interessanti delle Alpi. Il territorio, oggetto della ricerca, si colloca in una posizione di cerniera orografica fra due versanti della montagna ricchi di potenzialità alpinistiche, escursionistiche,naturalistiche, storico-culturali, geografiche e geologiche. Vediamo perché, seguendo il cammino degli autori. La prima parte del lavoro dedica ampio spazio agli aspetti storico-geografici di questo alto corso del Fiume Chiese. Ci troviamo nelle Giudicarie Interiori, territorio a cavallo fra le valli Rendena, percorsa dal Fiume Sarca, e la Val Daone che, nella sua parte più alta, assume la denominazione di Val di Fumo. Entrambe queste vallate si collocano nella porzione sudoccidentale del Trentino e condividono i loro crinali con le valli lombardo-bresciane del Caffaro e della Valcamonica. Per questa loro collocazione geografica, le valli, i passi, i crinali che fanno corona al massiccio dell’Adamello assumono un interesse del tutto particolare e fanno del Rifugio Val di Fumo uno strategico baricentro per esplorare al meglio questo territorio di confine. Un confine che può essere interpretato secondo diverse accezioni: confine ecologico, geologico, storico-amministrativo. La passione che cattura gli Autori genera – e lo si percepisce ad ogni passaggio della descrizione - una forte empatia con i luoghi. A cominciare dalle motivazioni che hanno permesso questa “rimpatriata” di Marco Marando dopo tanti anni di assenza. La molla della nostalgia gioca effetti imprevisti ed imprevedibili. Chi impara a conoscere e ad amare luoghi e persone è immunizzato dal rischio dell’assuefazione. Non viene mai colpito dalla sindrome del déja vu, del già visto, che spesso suscita noia e genera rifiuto. Anzi, ad ogni approccio scopre qualcosa di nuovo, di inedito, di mai visto. Ciò mi dà l’occasione per riflettere su  quell’assillante ed ossessiva voglia di nuovismo che caratterizza i nostri tempi. La voglia di fuga e di esotismo hanno fatto smarrire il valore insito in quello stato d’animo sul quale ci invita a riflettere il grande scrittore Marcel Proust a proposito del viaggio. Scrive Proust che «il vero viaggio di scoperta non consiste nell’andare in posti nuovi, ma nel saper vedere luoghi già visti con occhi diversi». Sottolineo il verbo “vedere” in quanto l’atto del vedere va ben oltre il guardare meccanico. Si tratta di una disposizione dell’animo, della mente, della psiche più che dell’apparato muscolare dell’organo ottico. Di questa fondamentale disposizione dell’animo oggi stiamo diventando carenti, distolti da mille distrazioni che ci obbligano a consumare lo spazio che incontriamo nella velocità di un istante, senza fermarci sulle cose, catturati dalla nevrosi della fretta. Gli strumenti tecnologici che vengono messi a disposizione di chi va in montagna – penso al GPS o ad altre strumentazioni - spesso non vengono utilizzate limitatamente alla loro utile funzione di strumenti. Vengono troppo frequentemente trasformati in feticci consumistici, in surrogati della realtà. Mi preoccupa non poco pensare che gli eccessi tecnologici cancellino, soprattutto nei giovani che dipendono sempre di più da queste protesi, l’istinto del montanaro e dell’alpinista di un tempo.
Essi sapevano cogliere gli umori della natura, i cambiamenti meteorologici, l’odore della neve che stava arrivando e riuscivano a prevenire, con sensibilità quasi animalesca, pericoli derivanti dal libero sfogo della natura.Saper leggere il paesaggio e l’ambiente rappresenta una grande opportunità che nessuna protesi tecnologica sarà mai in grado di surrogare. Questa è l’impressione che ho colto leggendo le motivazioni della riscoperta da parte di Marco Marando e la filosofia di vita che la famiglia Mosca ha adottato per dare, ogni giorno, un forte senso e significato ai luoghi severi dell’alta val di Fumo. Proprio in relazione a questa dimensione umana della presenza mi piace sottolineare altresì come si percepisca chiaramente l’esistenza di un ricorrente parallelismo fra luoghi del cuore e persone che quei luoghi incarnano, quasi alla stregua di un genius loci quotidianamente re-incarnato. Non si coglie soltanto, fra le righe della premessa, la cifra intima dell’incontro o della rimpatriata di chi, da tempo,non calpestava più quei terreni, quei sentieri, quelle mulattiere. L’elemento che impreziosisce la topo-guida è l’intreccio con la storia umana di chi, come la famiglia Mosca, ha costruito nel tempo l’immagine di un presidio territoriale, ha trasformato una terra severa in un luogo familiare. Quei luoghi, fino alla conclusione della prima guerra mondiale, rappresentavano scenari di morte e di dolore, umiliati dalla volontà di potenza di una guerra assurda dichiarata in nome di un nazionalismo montano dalla sensibilità della gente. Essi trovano nella Guida riferimenti puntuali e documentati. Il fronte adamellino ha rappresentato, per tre interminabili anni, il baluardo difensivo più occidentale del Tirolo meridionale, la porta più accessibile per le operazioni di occupazione militare di parte italiana iniziati già nel periodo risorgimentale con i tentativi di penetrazione di Garibaldi durante la terza guerra di indipendenza. Ma, nel corso dei secoli, le lotte per lo sfruttamento dei pascoli erano un ricorrente motivo di conflitti fra comunità confinanti. È accaduto un po’ in tutte le Alpi e qui, come ci raccontano gli Autori, non si faceva eccezione essendo la Val di Fumo contesa fra i pastori di Saviore in Val Camonica, quelli di Vigo in Val Rendena o della Valle del Chiese. La modernizzazione, nonostante non si siano registrate forme di sfruttamento da parte di quel turismo di rapina che altrove ha banalizzato la montagna, ha fatto la sua comparsa con l’industria idroelettrica. La potenza delle acque alimentate dai ghiacciai erano una tentazione troppo forte per un’economia in fase di rilancio nel secondo dopoguerra. Le Giudicarie, sotto questo aspetto, hanno pagato un pesante tributo con lo stravolgimento del loro complesso reticolo idrografico. Corsi d’acqua come il Chiese o la Sarca hanno raggiunto, in tempi non lontani, livelli di portata preoccupanti. Si tratta, ancora una volta, di un problema di rispetto dei limiti e di equilibrio fra economia ed ecologia, non già di penalizzare il necessario progresso tecnico-scientifico. Anche l’ambiente ed il paesaggio sono beni economici monetizzabili che aiutano ad accrescere l’appetibilità dei luoghi. E così la Val di Fumo, con le sue cascate, ha saputo mettere in valore la loro attrattività nei confronti degli scalatori, meritando la fama di paradiso dell’arrampicata su ghiaccio. A questo punto, non resta che affidarsi alla ricca proposta di itinerari di ogni tipo che si diramano dal Rifugio Val di Fumo, abbinando il piacere della scoperta con la prudenza del vecchio montanaro che, pur necessitato dai ritmi del lavoro quotidiano, non disdegnava la necessaria lentezza traendone profitto sia sul piano materiale che su quello immateriale.
Annibale Salsa