Sui sentieri delle Alpi Apuane per riscoprire il cammino dell'uomo
(prima edizione 2006; riedizione maggio 2017 con aggiornamenti e capitolo integrativo "il cammino continua")
Marina tesse con il telaio a mano manufatti di canapa e lana, e ripropone motivi della tradizione garfagnina; a San Luigi, alcuni pastori agricoltori si dedicano alla raccolta delle castagne, alla fienagione e ad altre attività della vita contadina con la stessa dedizione di trent’anni fa, quando quassù era ancora vitale la transumanza; Ottorino a sei anni aiutava il padre nella conduzione delle greggi sulle brulle e ispide montagne attorno a Resceto; suo zio Romano per anni ha condotto lo speciale “trenino” lungo la via di lizza della monorotaia, alternando il duro lavoro in cava con quello della messa in opera di pregevoli muri a secco; anche Eliseo è a suo modo un artista: all’ingresso di Vinca, in una stanzetta parzialmente illuminata dalla luce solare, non può passare inosservato questo indomabile “giovincello”, ex marmista e poi cavatore come tutti, che passa il tempo incidendo il legno come un vero maestro. Dalle foreste l’uomo traeva un tempo molti dei suoi piccoli “tesori” per sopravvivere: ne sa qualcosa Vittorio, uno degli ultimi boscaioli. E a Sant’Anna di Stazzema Enio, scampato con pochi al folle eccidio nazista, racconta come un libro stampato la triste cronaca degli eventi. Attorno a questi protagonisti autentici della storia delle Apuane, la cui presenza dona calore al racconto, si è sviluppata la spinta emotiva che ha portato ad aprire lo scrigno in parte ancora segreto di questo territorio. Seguendo le tracce lasciate dall’uomo ci siamo imbarcati in un viaggio i cui approdi non solo sono cime mozzafiato, ma anche edifici in stato di abbandono, l’oscura bottega di un fabbro ferraio, un manipolo di pagliai nella fertile campagna di Camaiore, possenti fortezze, curiosità, antichi mestieri e tradizioni, in due parole tutto quanto solletichi la nostra curiosità di viandanti moderni. Nel turbinio della nostra epoca c’è poco spazio per il libero fluire delle emozioni; eppure è così bello lasciarsi andare mentre, zaino in spalla, si percorrono mulattiere smussate dal tempo dove si annidano solo sbiaditi ricordi. Basta poco perché le lancette dell’orologio sembrino rallentare, al punto da somigliare al lento ondeggiare di una foglia che cade. Fermarsi ad ascoltare i mille suoni del bosco o la musica soave che un torrentello incide sul suo particolarissimo spartito, diviene così quasi una necessità, un modo di entrare in sintonia con un ambiente che fino a pochi momenti prima sembrava tanto lontano e irreale.
Prefazione di Lara Vené all'edizione 2006
La passione per le Apuane!
E’ una cosa che prende, che cattura, e dopo non puoi più lasciarla. Marco Marando è un altro, ennesimo, “innamorato” che le nostre montagne possono annoverare nel loro carnet.Quello che fa interessante il suo libro, almeno secondo me, sono i percorsi e le testimonianze che lo rendono fresco e agibile. Tali temi, oltretutto, si inseriscono pienamente in quella strategia del recupero della montagna, del recupero in senso economico alternativo, del recupero culturale, anche e soprattutto a fi ni turistici, che rappresenta una linea guida nei programmi degli enti locali e quindi anche di questa Amministrazione Provinciale. Ebbene i percorsi con le bellissime foto sono il quadro appetibile di questa possibilità, rappresentano l’offerta divulgativa, il primo approccio con il quale presentare il territorio e le sue ricchezze alla probabile utenza interessata. E’ giusto dire anche che questa è un’idea vecchia, che stenta ad affermarsi nonostante lodevoli e similari iniziative già attuate in passato e da enti e da associazioni (compreso il Cai), ma non per questo non rappresenta una strada valida, da perseguire, su cui insistere, non stancandoci di proporre a suo sostegno nuovi e diversi strumenti come questo di Marando. Le testimonianze poi collegano l’ambiente alla memoria e fanno cultura. Basti un solo accenno: i ricordi sulla monorotaia Denham, strumento di servizio per il trasporto dei blocchi dalle cave di Piastreta sull’alto di Sella. Un’opera di alto valore tecnologico, oggi non più in uso, che rappresenta però un vero e proprio monumento di archeologia industriale. Quando Romano, l’operaio della ditta Ronchieri, che lavorò a tale impianto fi no a che funzionò, e che costruì addirittura parti di mirabili muro a secco che sostenevano la via di lizza su cui scorreva la monorotaia, racconta la sua esperienza, offre uno spaccato di vita e di ambiente che uniti assieme fanno cultura. Una cultura che si fa forte di una storia che affonda le sue radici in epoca romana e che offre tracce di insediamenti preistorici, di un ambiente che è unico perché ha addirittura una fl ora endemica e perché è stato inciso, nei secoli, dalla mano dell’uomo, di una terra che rievoca antiche economie e tradizioni come la pastorizia e la transumanza. Ecco, il libro di Marando ha la capacità di offrire un contatto diverso con le Apuane, fatto non solo di alpinismo (cosa di per sé valida) e/o di semplice escursionismo e scampagnata (cosa di per sé piacevole) ma anche di cultura, una cultura profonda che ha formato la coscienza di un intera comunità.
Lara Venè
Assessore alla Cultura
Provincia di Massa Carrara
Premessa di Lucia Signorini
Quando ho sentito parlare per la prima volta di un libro sulle Alpi Apuane scritto da Marco, io, che ormai da anni insieme ad un gruppo di amici lo seguo nelle sue scarpinate domenicali sui monti, ho subito pensato che non si sarebbe certamente trattato di una guida asettica, precisa, ma fredda. E il risultato mi ha dato ragione.
In questo lavoro ha messo tutto se stesso, con le sue passioni e le sue competenze, unendo la precisione dello studioso, testimoniata dalle numerose note e da una ricca bibliografi a, ad una prosa spesso poetica, tesa a rendere sia le sensazioni visive, olfattive, uditive e gustative legate al contatto con la natura, sia le esperienze di vita delle persone che incontra. Da una parte c’è la descrizione particolareggiata di itinerari, paesi, orari, dall’altra l’idea che i luoghi non parlino tutti da soli e che quindi sia necessario approfondire le conoscenze storiche, geografi che, sociali, economiche, perché non si perda la memoria del passato. Questo è quello che ha fatto per noi Marco con il suo libro, alla ricerca delle radici (dai nomi all’architettura, dalla preistoria alla tecnologia, dalle erbe alle attività lavorative) che ci permettano di vivere le nostre escursioni, da viaggiatori e non da turisti della domenica. La guida, per la grande varietà dei temi affrontati, potrà essere utile sia a chi è alla ricerca di percorsi poco frequentati o inediti sia a chi è interessato ad approfondire la conoscenza di un territorio già noto. Comunque sono convinta che la grande passione con cui sono state scritte queste pagine spingerà tutti coloro che le leggeranno a considerare le Alpi Apuane con amore e con rispetto, come hanno fatto tutti gli amici che nel tempo Marco ha saputo riunire e portare alla scoperta delle nostre montagne.
Lucia Signorini
Docente di Lettere
Istituto Tecnico Nautico “Artiglio” di Viareggio
Prefazione di Annibale Salsa alla riedizione di maggio 2017
Il ritorno alle Apuane caratterizza questa nuova pubblicazione a cavallo fra storia, cultura, natura, escursionismo. Come diceva Platone, seppure in un contesto interpretativo assai diverso, «conoscere è ricordare, la conoscenza è reminiscenza». Nella descrizione di Marco Marando, autore di altre opere dedicate alla montagna, la reminiscenza rinvia al primo scritto di dieci anni orsono dal titolo: «Sui sentieri delle Apuane per riscoprire il cammino dell’uomo». Pur non trattandosi, come per Platone, di un ricordo situabile in una vita precedente, il ritornare sui propri passi rappresenta un efficace antidoto all’ossessione modernista del nuovismo ad ogni costo, quello che rifiuta la riscoperta del già visto e del già detto. Anche la celebre definizione del viaggio elaborata da Marcel Proust: - «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi» - ripropone il tema della rivisitazione di luoghi e di ambienti già conosciuti. Chi è spinto da “libidine esplorativa”, infatti, ama approfondire e disvelare quanto l’evoluzione dello spazio geografico e del tempo storico ha modificato, trasmettendo sensazioni o sentimenti del tutto inediti. Per questo motivo, trovo sempre apprezzabile ripercorrere itinerari già vissuti mentalmente ma da sottoporre ad originali riletture nel segno dello stupore e della meraviglia, senza di cui non resta che arrendersi all’ovvio. Non è questo l’orizzonte delineato dall’Autore il quale ci comunica con passione il bisogno di riscoprire quanto già scoperto, presentandone una versione adeguata ai cambiamenti intervenuti in questo microcosmo di montagne e di uomini che si chiama «Apuania». Le Apuane sono un territorio con una forte identità proprio in quanto non trovano riscontro in altre tipologie di montagna. La loro notorietà è pari alla loro diversità. In un territorio di pochi chilometri si condensano differenze ambientali, paesaggistiche, climatiche, antropiche decisamente rimarchevoli che ne fanno una specie di isola geografica fra Appennino tosco-emiliano e Mar Tirreno. Anzitutto il nome di «Alpi» che spesso genera disorientamento a chi si attiene alla scolastica geografia classificatoria. Tante volte mi è stato chiesto a che cosa si deve questa attribuzione. E l’Autore lo chiarisce bene richiamandone l’origine all’età napoleonica allorquando compare questa denominazione del tutto inusuale. Le «Panie» diventano così le «Alpi Apuane» assumendo, attraverso il nome, una meritata unicità. Ma anche i “turisti/alpinisti” inglesi di fine Ottocento giustificheranno questo nome dalla presenza di morfologie e colori che evocano le forme delle lontane Alpi. La loro inconfondibile personalità è data altresì, e soprattutto, dal fatto di essere uno spazio racchiuso di confine che rifiuta di essere collocato in una dimensione mono-regionale. Posto al crocevia fra Toscana, Emilia, Liguria, questo territorio sembra voler rifuggire da rassicuranti inquadramenti geopolitici o amministrativi e voler esaltare la sua collocazione nel novero delle molte «piccole patrie» che caratterizzano gli spazi di tante montagne della Terra. Spazi naturali, spazi culturali, cerniere porose fra realtà contigue, dove i rapporti di vicinanza e lontananza si misurano in termini di prossimità pur racchiudendo, nel loro esiguo perimetro, mondi lontani. Le Apuane, territorio circoscritto anche in ambito etnografico, evocano l’antico popolo dei Liguri Apuani deportati, nell’anno 180 a.C., verso il lontano Sannio, come si legge nei resoconti storiografici di Tito Livio. Montagne che, per la loro asprezza e severità, hanno segnato l’estremo limite orientale delle tribù liguri a contatto con Etruschi e Tirreni. Già il sommo poeta Dante Alighieri citava, nel XX Canto dell’Inferno, questa giogaia di monti che ospitò l’aruspice etrusco Aronte il quale: «ne’ monti di Luni, dove ronca la Carrarese che di sotto alberga, ebbe tra i bianchi marmi la spelonca per sua dimora, onde a guardar la stelle e ‘l mare non gli era la vedute tronca». Cime svettanti come il Sagro, che sovrasta Carrara, richiamano la sacralità della montagna secondo la mitologia degli stessi antichi Liguri. Montagna di culto e di rispetto che, ancora una volta, segna l’estremo limite orientale della trilogia ligure del sacro la quale aveva come punti di riferimento, oltre al Sagro apuano, il Monte Beigua al centro dell’arco ligure ed il Monte Bego sulle Alpi Marittime nell’estremo Ovest della terra ligustica. Anche nella storia politica più vicina a noi, questo territorio ha oscillato fra diverse appartenenze amministrative caratterizzandosi come un "territorio sospeso” tra modenese, parmense, terre lunensi e, da ultimo, toscane. Questa appartenenza toscana, che riguarda l’oggi, è decisamente la meno influente sul piano della cultura materiale e linguistica e giustifica anche quei progetti di regione lunense che in un recente passato avevano trovato convincenti sostenitori. Una regione che si caratterizza, perciò, come una vera e propria “anfizona” per la sua ambivalenza fra regioni culturali diverse sedimentatesi nel corso della storia. Terra che risente ancora oggi di antiche transumanze fra pascoli sommitali, ritagliati fra le giogaie dei monti, e le basse pianure costiere delle marine tirreniche comprese fra Versilia e Maremma. Ma queste sono cose note da tempo e consegnate alla storia ed alla geografia dei luoghi. La vera novità che emerge dal lavoro di rivisitazione fatto da Marco Marando riguarda, invece, l’inserimento nella nuova pubblicazione di importanti riferimenti sociodemografici relativi ad un timido ritorno alla vita in montagna da parte di molti giovani. Si tratta di un fenomeno sociale che, a partire dagli anni duemila, ha registrato importanti segnali di crescita sia sulle Alpi che lungo la dorsale appenninica. Documentate ricerche condotte da istituti scientifici come il Censis hanno evidenziato situazioni di ritorno alla montagna, reinsediamenti accompagnati dal contestuale avvio di attività economiche, sia di tipo tradizionale in ambito agro-silvo-pastorale, sia nei settori favoriti dalle nuove tecnologie digitali. Storie di vita e di intrapresa economica raccolte dall’Autore, come quella dei giovani Luca Gabelloni, Simone Battistini, Rayan e Valentina, rappresentano interessanti “casi di studio”, rivelativi di un’inversione di tendenza nel rapporto con la montagna ed impensabili fino a pochi anni fa, allorquando regnava la rassegnazione nei confronti di un destino ritenuto ineludibile. Ma anche le testimonianze di Pacifico, più agricoltore che pastore, o quella di Giancarlo, l’ultimo artigiano dei tetti di paglia, aiutano a comporre un mosaico delle terre alte apuane che disegna un’idea di montagna non più secondo le forme idealizzate di qualche decennio fa. Il valore aggiunto di questa riscoperta delle “Alpi” Apuane da parte di Marco Marando, consiste proprio nell’aver Egli intercettato questo nuovo bisogno di montagna tenendosi lontano dai logori stereotipi che alla montagna hanno reso un pessimo servizio. Dopo la scoperta delle montagne in chiave di esplorazione alpinistica, dopo la ricerca spasmodica dei primati tecnico-sportivi, dopo una visione tendente a fare delle terre alte un residuo “deserto verde”, credo sia giunto il momento per ripensare al ruolo dell’uomo quale presidio territoriale e quale promotore di un nuovo paesaggio culturale. In tale contesto l’agricoltura, il turismo, il terziario avanzato potranno ridare voce alla montagna ed ai suoi futuri abitanti nella rinnovata veste di vincitori di una sfida destinata a chiudere definitivamente il ciclo perdente del "mondo dei vinti".
Annibale Salsa
Introduzione dell'autore
Le Alpi Apuane, per la varietà di contenuti concentrati nello spazio di pochi chilometri, rappresentano una splendida realtà; un sistema montuoso curiosamente inclinato da NO a SE, che si eleva a margine dell’esigua piana costiera prospiciente il Mar Ligure. Tutto attorno corre la linea ferroviaria, un piccolo tesoro al servizio della collettività, ma che nel tratto Lucca–Aulla ha conosciuto più volte il rischio concreto del pensionamento anticipato; la desolazione di buona parte delle sale d’aspetto, spoglie e senza vita, dove talvolta si fa fatica a trovare funzionante la gelida macchinetta per obliterare i biglietti, sono il sintomo esteriore più evidente di un irriverente declino.
Per avere un’idea sia pure sommaria della conformazione del massiccio montuoso e della dislocazione delle borgate, niente di meglio che usufruire di questo panoramico percorso ad anello; la ferrovia, infatti, proponendosi come privilegiato osservatorio mobile di un territorio, pone il viaggiatore nella condizione di guardarsi intorno e di gioire intimamente per quello che vede. La possibilità di staccarsi dall’auto propria, delegando altri vettori a condurci a spasso, consente poi di ammirare in modo integrale ciò che ci circonda, anziché accontentarci di frammenti di paesaggio furtivamente rubati alla tensione della guida.
Ecco, salire alla stazione di Lucca e imbarcarsi in questa avventura, che per molti ha un sapore antico, è un modo per avvicinarsi ad un’area di grande interesse quasi in punta di piedi; un’esperienza da non perdere, che nel corso della stagione invernale, quando la neve copre le cime più alte e talvolta giunge a imbiancare anche i centri abitati della Garfagnana e della Lunigiana, assume molto spesso i connotati di un viaggio nella fiaba.
E’ in giornate come queste che il piccolo treno sembra arrancare lungo il tortuoso primo tronco, come se volesse tergiversare nell’attraversamento della diafana atmosfera; e quando il sole cerca di filtrare tra le nubi, quasi per magia torrenti e strade assumono una colorazione quasi irreale, tendente al giallo: una pennellata calda, che sembra preludere al disgelo.
Un altro modo per avvicinarsi al mondo delle Alpi Apuane è quello di ritagliarsi un itinerario tra una stazione e l’altra; un’escursione che abbia il sapore di una passeggiata spensierata, quasi senza orario, tranne quello del treno per il ritorno. Condizione indispensabile per un approccio di questo tipo con il territorio, è il desiderio di lasciarsi andare, di staccare qualche volta dalle occupazioni di sempre e, non ultimo, saper rinunciare alle mille comodità che hanno in poco tempo ovattato la nostra percezione del tempo e dello spazio; perché, una volta scesi dalle carrozze del treno, dovremo, zaino in spalla, lustrare le lenti della nostra curiosità e metterci in cammino: solamente il ripercorrere con fatica alcune mulattiere, che cinquant’anni fa costituivano per gli abitanti delle povere borgate di media montagna l’unica via di comunicazione, potrà forse farci sentire più liberi. E sarà sorprendente constatare che bastano in effetti poche ore perché questo miracolo diventi realtà, con grande beneficio per l’umore.
Un’esperienza vivamente consigliata a chi ami assaporare più che divorare, a chi non disdegni di addentrarsi nelle pieghe nascoste di borghi dimenticati senza far rumore, attratto dal fascino discreto della loro storia. Luoghi dove il tempo è il protagonista invisibile di un vivere quieto, quasi sospeso, dove vi sia spazio per il recupero di quella capacità contemplativa che è in noi e che affonda le sue radici nell’alba dell’universo. L’osservazione dell’orizzonte visivo ha infatti accompagnato l’uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra; la sopravvivenza dei nostri progenitori è dipesa dalla migliore o minore capacità di guardarsi intorno, cogliendo per tempo un pericolo o avvistando la selvaggina da cacciare. Oggi, nella civiltà evoluta in cui viviamo, il paesaggio non rappresenta più il palcoscenico su cui ritagliare la propria esistenza; è qualcosa di molto più semplice e riduttivo: è solo una tessera, un frammento con caratteristiche sue proprie che, insieme ad altri, contribuisce a definire il mosaico attorno al quale si muove l’offerta turistica di un territorio.
Marco Marando